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 Pubblicata il 12/05/2014

IL DIBATTITO SULL’ALIENAZIONE PARENTALE E LE NOVITA’ GIURISPRUDENZIALI

 

La legge 54/2006 sull’affidamento condiviso ha sostituito, nel nostro ordinamento, il regime ordinario previgente di affido monogenitoriale dei figli ponendo l’attenzione sul diritto del minore, anche in situazioni di rottura dell’unità familiare, a mantenere un rapporto continuativo con entrambi i genitori, esercitando quel diritto alla bigenitorialià già sancito a livello sovranazionale dalla Convenzione di New York sui diritti del fanciullo del 1989 e, più recentemente, dall’art. 24 della Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea, e consacrato altresì dalla prevalente giurisprudenza comunitaria, con conseguente favor verso le ipotesi di affidamento condiviso, salvo eccezioni sempre in considerazione degli interessi superiori del bambino (Corte EDU, Piss v. Francia, 06.07.2004).
Tale diritto, che si sostanzia nella scelta dell’affidamento condiviso, evidenzia la necessità che il minore, dopo la separazione dei genitori, possa continuare a ricevere da entrambi cura, educazione ed istruzione, conservando rapporti significativi con il nucleo familiare nel suo complesso.
Si tratta ormai di un principio consolidato nel nostro sistema, tanto che la sua deroga avviene solamente qualora sia comprovato che tale regime possa nuocere seriamente al minore: si sostiene infatti che alla regola dell’affidamento condiviso può derogarsi solo nel caso in cui la sua applicazione risulti pregiudizievole per l’interesse del minore, con la conseguenza che l’eventuale pronuncia di affidamento esclusivo dovrà essere sorretta da una motivazione non solo in positivo sulla idoneità del genitore affidatario, ma anche in negativo sulla inidoneità educativa ovvero manifesta carenza dell’altro genitore (da ultimo, Cassazione civile, sez. I, sentenza 27/2017).
Sul punto, costituisce un dato di comune esperienza nei tribunali nazionali il fatto che la mancata serena frequentazione di una delle due figure genitoriali determini danni oggettivi alla crescita della prole.
In ragione della notevole importanza della questione via via sempre più di attualità, anche nelle aule di giustizia ci si trova ad affrontare, in sede di affidamento dei figli, il dibattito sull’alienazione genitoriale.
La prima completa elaborazione dei tratti distintivi di tale fenomeno sono da attribuirsi allo psichiatra forense Richard Alan Gardner, il quale fornì una mole considerevole di lavori e ricerche relative alla condotta relazionale familiare disfunzionale a cui diede il nome di Sindrome di Alienazione Genitoriale o PAS (1985).
Tale fenomeno è un disturbo che insorge nel contesto delle controversie per la custodia dei figli, la cui manifestazione principale è la campagna denigratoria rivolta contro un genitore; essa è il risultato della combinazione di una programmazione effettuata dal genitore indottrinante e del contributo dato dal bambino in proprio, alla denigrazione del genitore bersaglio.
Prevalentemente, il genitore rifiutato è il padre, talora la madre, soprattutto quando i figli sono più grandi e a seguito di movimenti materni ritenuti responsabili della rottura del legame familiare, quali la scoperta dei figli di relazioni extra coniugali o scelte improvvise materne e abbandoni temporanei.
La PAS si sviluppa in una maniera piuttosto semplice e schematica: il genitore /alienatore attiva un programma di denigrazione contro il genitore/bersaglio, allo scopo di ottenere che il figlio si rifiuti di frequentarlo; questa modalità di condotta vessatoria ricalca, con le dovute cautele, ciò che accade in certi luoghi di lavoro, ove il datore pone in atto una serie di comportamenti denigratori nei confronti di un altro lavoratore con lo scopo di emarginarlo e portarlo alle dimissioni volontarie, tanto che alcuni studiosi (tra cui Giordano, 2004) hanno riqualificato la PAS con il termine “mobbing genitoriale”.
La teoria proposta da Gardner non fu immune da numerose critiche; in particolare, un elemento su cui si è molto discusso riguarda il concetto di sindrome, termine usato dallo psichiatra per dare al fenomeno una sorta di “statuto scientifico”, ma che può risultare fuorviante in quanto la PAS non è una malattia caratterizzata da una serie di sintomi, quanto una distorsione delle dinamiche relazionali determinata dal comportamento di un genitore verso il figlio, che porta il bambino a rifiutare l’altro genitore (Steinberger, 2006; Johnston, 2005).
In generale, le critiche prevalenti rivolte alla PAS non negano la realtà di questi meccanismi di relazione, bensì evidenziano la non condivisione del termine “sindrome”, preferendo definirla “Alienazione Parentale”, ma ciò non vuol dire che i tratti salienti del sistema familiare che si verificano a seguito di tale dinamica siano differenti, considerando che l’alienazione genitoriale rappresenta un fattore di importante rischio evolutivo per l’instaurarsi di diversi disturbi di interesse psicopatologico.
In questo senso, l’alienazione parentale va intesa non come disturbo ma come fenomeno, al pari del mobbing o dello stalking, ossia come un “problema relazionale” che coinvolge più persone: a partire da queste condotte pertanto si possono sviluppare problematiche relazionali che il DSM-5 (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) definisce come Problems Related to Family Upbringing.
Questa premessa di carattere psicologico è necessaria al fine di meglio comprendere il rilievo attribuito dalla giurisprudenza a questo fenomeno che coinvolge sempre più spesso le aule dei tribunali italiani.
In particolare, la Suprema Corte è recentemente intervenuta per fare chiarezza in ordine alla rilevanza giuridica degli accertamenti della PAS, determinando un importante ed epocale arresto giurisprudenziale in materia.
Infatti, con la sentenza numero 6919/2016 della prima sezione civile (Pres. Di Palma, Rel. Lamorgese), la Cassazione, con una inversione di rotta rispetto al dominante orientamento restrittivo, ha statuito che “in tema di affidamento di figli minori, qualora un genitore denunci comportamenti dell'altro genitore, affidatario o collocatario, di allontanamento morale e materiale del figlio da sé, indicati come significativi di una sindrome di alienazione parentale (PAS), ai fini della modifica delle modalità di affidamento, il giudice di merito è tenuto ad accertare la veridicità del fatto dei suddetti comportamenti, utilizzando i comuni mezzi di prova, tipici e specifici della materia, incluse le presunzioni, ed a motivare adeguatamente, a prescindere dal giudizio astratto sulla validità o invalidità scientifica della suddetta patologia, tenuto conto che tra i requisiti di idoneità genitoriale rileva anche la capacità di preservare la continuità delle relazioni parentali con l'altro genitore, a tutela del diritto del figlio alla bigenitorialità e alla crescita equilibrata e serena”.
Nel caso di specie, accogliendo il ricorso del padre, la Suprema Corte ha cassato con rinvio il decreto impugnato con il quale la corte territoriale, nel quadro di un annoso giudizio relativo alle modalità di affidamento e mantenimento della figlia minore di età in seguito all’interruzione della convivenza tra i genitori, aveva confermato l’affido condiviso della figlia fissando tuttavia la residenza presso la madre.
La Corte, nella predetta pronuncia, ha pertanto chiarito che, pur non competendo all’organo giudicante dare giudizi sulla validità o meno delle teorie scientifiche e, nello specifico, della controversa PAS, i Giudici di merito hanno l’obbligo di verificare, in concreto, l’esistenza dei denunciati comportamenti volti all’allontanamento fisico e morale del minore dall’altro genitore; a tal, fine, il Giudice può utilizzare i comuni mezzi di prova tipici e specifici della materia, quale l’audizione del minore, e anche le presunzioni, posto che l’assenza di collaborazione tra genitori in conflitto e soprattutto l’atteggiamento ostile del genitore collocatario che impedisca al minore di frequentare l’altro genitore comporta una grave violazione del diritto alla bigenitorialità.
In tema di alienazione genitoriale, è recentemente intervenuto un interessante provvedimento del Tribunale di Milano (sez. IX civile, decreto 9-11 marzo 2017, Pres. Amato, Est. Buffone), il quale ha chiarito i contorni del fenomeno anche in relazione alla condotta processuale delle parti.
Nel caso di specie, la madre-ricorrente segnalava che, dopo la pronuncia di un precedente decreto giudiziale relativo alle modalità di affidamento della figlia minore, sarebbero insorte problematiche concernenti i rapporti tra quest’ultima ed il padre, il quale avrebbe mostrato un crescente disinteresse verso la figlia. Parte resistente si costituiva in giudizio chiedendo il rigetto del ricorso e la presa in carico dei Servizi sociali per consentire l’effettivo diritto di visita. Nelle more del procedimento, il Tribunale ha disposto procedersi a CTU, la quale tuttavia delineava un quadro differente da quello prospettato dalla ricorrente: la perizia aveva infatti evidenziato come la condizione della madre fosse caratterizzata da una dispercezione della realtà, con una seria incapacità di trasmettere alla figlia una immagine realistica e non distorta del padre, sul quale venivano esternalizzate tutte le colpe con esclusione della madre stessa da ogni responsabilità.
Il Tribunale prende cosi le mosse da questa vicenda per sottolineare come “il termine alienazione genitoriale, se non altro per prevalente e più accreditata dottrina scientifica e per la migliore giurisprudenza, non integra una nozione di patologia clinicamente accertabile bensì un insieme di comportamenti posti in essere dal genitore collocatario per emarginare e neutralizzare l’altra figura genitoriale; condotte che non abbisognano dell’elemento psicologico del dolo essendo sufficiente la colpa o la radice anche patologica delle condotte medesime”.
Le due pronunce testé richiamate sono fondamentali al fine di comprendere l’ingresso del fenomeno della PAS in sede processuale e la sua valenza: infatti, in esse si evidenzia come la finalità precipua degli interventi giudiziali sull’affidamento della prole è preservare il diritto alla bigenitorialità, inteso come partecipazione attiva di entrambi i genitori nel processo di crescita e di educazione dei figli, al fine di garantire un rapporto equilibrato con entrambi anche qualora l’unità familiare dovesse essere recisa per una qualunque ragione.


 

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